Ognuno al suo posto

Tempo di lettura stimato:6 minutiBanco, fiavole, postoLe scale di cemento dell’edificio sembravano enormi, la prima volta che Claudia le salì. Era solo una bimba di 8 anni, a guardarla con occhi neutrali ma, ad osservarla con gli occhi specifici della scuola, era già una ragazzina di 8 anni: per due anni aveva, per qualche motivo, completamente evitato la scrivania, i banchi, la cattedra, la lavagna. Una curiosa espressione sostiene che lei abbia “saltato” la scuola. O marinato… per alcuni dialetti o modi di dire regionale, ha “fatto seghino”, o l’ha salata. Si dice così perché è come metterla sotto sale: rimandare al giorno dopo. Solo che Claudia, nel caso, ha fatto le cose davvero in grande: ha lasciato marinare la scuola per due anni, non per due giorni. Un piccolo guinness per una piccola bambina di appena 8 anni, ma anche per una ragazzina di già otto anni.

Perfino la luce le sembrava strana, lì dentro: era limitata da spesse finestre con i bordi metallici, e non capiva bene perché tanti bambini dovessero chiudersi lì dentro tutte quelle ore. Fuori c’erano i parchi, l’erba, l’aria, gli animali, e volendo gente da interrogare, quando una domanda ti saliva proprio dal cuore.

Per qualche occhio Claudia era una bambina un po’ ribelle, ma sveglia e gentile. Per altri sguardi, era una pigra, una selvaggia che stava costruendo la sua strada verso il sentiero dell’ignoranza, forse perfino del parassitismo, o dell’emarginazione. Forse sono in entrambi i casi parole e, semplici sguardi. Noi non abbiamo certo la pretesa di avere quello vero: ci limitiamo a mettere insieme più occhiate, più sbirciate… o forse, ancora più modestamente, ci mettiamo semplicemente a seguire i suoi passi, come farebbe un giornalista di reportage, o un semplice curioso perditempo: ma non abbiate troppa fretta di giudicare, mi direte in seguito cosa si è perso.

I passi di Claudia salgono scale grigie già calpestate da un numero infinito di bambini ed adulti che sono diventati qui dentro alunni, insegnanti, bidelli e segretari. I suoi occhi chiari osservano quei corridoi enormi ed un po’ anonimi, mentre si avvicina a quella che le hanno detto essere la sua aula. Un termine singolare, se ci si pensa, perché un tempo, in greco, significava “corte”: quindi per essenza un luogo arioso, aperto. Ma quella mattina – il primo giorno di scuola di Claudia – era solo il suo cuore a soffiare. Soffiavano le mille domande che aveva: che cosa faranno lì dentro? Mi troverò bene? Dovrò starci davvero tutto quel tempo?

Quando arrivò in classe, Claudia si trovò dinnanzi a una trentina di sconosciuti, bambini più piccoli di lei di un paio d’anni, oltre ad una donna in cattedra, che era la più sconosciuta di tutti. La bidella, che l’aveva accompagnata nel corridoio, presentò la bimba al gruppo come “quella nuova”, generando qualche risata. Qualche bambino commentò sottovoce che era meno nuova di loro, ma qualcun altro lo mise a tacere. Claudia non capiva, guardava solo quei banchi tutti uguali, le divise dello stesso colore, e tutta quella quiete. Dapprima non si accorse neppure che la bidella era uscita richiudendo la porta e, soprattutto, non si accorse del dire dell’insegnante. Solo quando quest’ultima tossì per richiamarne l’attenzione, la ascoltò stranita: le stava dicendo di sedersi al suo posto. Qual era il suo posto?

Ora, anche qui è questione di sguardi: qualche bambino rise a quella specie di blocco: Claudia se ne stava impalata oltre la porta dall’aula, guardando tutti quei ragazzini seduti presso quei banchetti piccoli e strambi, e praticamente l’intera classe sapeva che, ovviamente, l’unico posto vuoto era quello di Claudia. Lei, però, non ragionava minimamente in quella maniera: guardò il volto innervosito dell’insegnante, le espressioni divertite degli odierni compagni, e sospirò pesantemente. Non aveva la minima idea di quale fosse il suo posto e, effettivamente, la cosa non si schiarì minimamente neppure quando la maestra le indico, con la penna rossa ed un braccio ben teso, l’unica sedia vuota dell’aula. Però Claudia si adeguò e limitò il suo sguardo: fissò confusa la sedia vuota, si grattò un poco il mento, prima di puntare i suoi occhi chiari su quelli scuri della donna: con voce gentile ma decisa le disse che non le andava di sedersi su quel banco; anzi, a dire la verità non le andava proprio di sedersi.

Una risposta semplice, in fondo banale, eppure finì per causare una specie di putiferio: la maestra le sbraitò qualcosa dietro riguardo alle regole, al sedersi come tutti gli altri; i bambini, dal canto loro, risero. Claudia si guardò intorno confusa, e iniziò a camminare per l’aula osservando le cartine appese alle pareti, alcuni disegni, il soffitto, ma sopratutto guardava fuori da quella spessa finestra, che filtrava troppo la luce. Alla fine, la maestra fu costretta ad alzarsi, prenderla per un orecchio e portarla al suo posto.

Quello fu l’inizio di un duello praticamente senza tregua. Non solo tra la maestra e Claudia: qualcosa, nel fondo, si era incrinato. Non le pareti, non l’aula, ma qualcosa di molto più sottile: e per la prima crepa era bastata quella risposta gentile ma ferma.

Claudia per quel giorno cercò di capire. Guardava gli elementi della classe come fossero delle bizzarre creature aliene: ripetevano quello che diceva la maestra, copiavano. Dall’altro lato, non capiva chi stesse copiando la maestra: le guardò alle spalle, oltre alla cattedra, come cercando un’ombra, o una presenza invisibile di cui prima non si era accorta. Non la vide, ma rimase quella precisa certezza. Anche i bambini guardavano Claudia con fare sorpreso: c’era chi sorrideva, chi faceva battute, chi l’osservava curioso ed incredulo. Si stavano come studiando, come conoscendo.

Il giorno seguente, si ripresentò la stessa precisa scena, se non per qualche piccolo dettaglio. Claudia arrivò in ritardo a scuola, portata dai genitori, la bidella l’accompagnò per il corridoio, e la bimba si ritrovò davanti quegli stessi banchi, quella stessa maestra: non riuscì a non sgranare gli occhi davanti a quella scena: i bambini stavano negli stessi posti del giorno prima. Il posto vuoto era ancora là, in mezzo a quelli di Marco e di Sara. Sembrava come una piccola recita, uguale a quella del giorno precedente. Infatti, anche la maestra, penna in mano, indicò il banco vuoto a Claudia, chiedendole – nervosa – di occupare il suo posto. Forse non a caso era vicina a Sara: lei era l’allieva modello. Quella che occupava il suo posto prima degli altri, e seguiva ogni parola della maestra. Ancora, l’insegnante dovette ripetere la richiesta di sedersi. Claudia, sospirando, disse che sinceramente non ne aveva proprio voglia, causando altre grida, altre risate, caos. Questa volta la maestra fu costretta a trascinarla sotto alla cattedra. La bimba si sedette sotto a quel tavolo più alto e più grande, osservando dal basso i tavolini più piccoli davanti a lei. Era una punizione per quel comportamento così assurdo ed irrispettoso: tutti hanno un posto dove sedersi, dove stare. Una sedia da occupare. La maestra riteneva di dover essere severa, su un frangente del genere. Così, la mise in punizione. Claudia, decise invece di mettersi a dormire.

Quella divenne praticamente una strana abitudine: quando Claudia si rifiutava di fare qualcosa che le veniva ordinato, finiva sotto la cattedra, forse per insegnare ai suoi compagni che si finiva lì, quando non si rispettavano le regole. La prima volta, come detto, Claudia non se ne fece un cruccio. Altre volte però la cosa iniziò a pesarle. Non capiva perché doveva essere costretta a finire lì sotto, solo perché non si sentiva di fare come tutti gli altri. Le cose cambiarono ievitabilmente quando, per una semplice domanda improvvisa sul come nascono i bambini, Claudia finì sotto la cattedra. Erano lì per imparare, perché non poteva chiedere qualcosa? Perché doveva essere messa in esposizione? Lei odiava essere messa al centro. Non era una ribelle egocentrica. Era semplicemente lei. Di norma sopportava quella specie di tortura, e pensava che, in fondo, il pavimento sotto alla cattedra era comunque meglio della sedia che le avevano assegnato. In quel piccolo spazio aveva comunque la sua libertà: a volte disegnava su un quaderno, a volte dormiva, a volte guardava le scarpe buffe della maestra. Forse aveva trattenuto qualcosa fino a quel giorno, quell’esatto momento. Fatto sta che,quella volta, sotto la cattedra si mise a piangere.

Pianse così sinceramente che fece sparire i soliti sorrisi di scherno dei compagni. Chiariamoci: non ridevano sempre tutti. Da quando era iniziato quel duello tra Claudia e la maestra qualcuno aveva finalmente imparato qualcosa. Di tanto in tanto qualcuno di loro evitava di sedersi al proprio posto o strappava i quaderni del dettato. Qualcuno aveva anche scritto sul registro “La maestra è matta”, con un pastello rosso. Ma quella volta nessuno, neanche i più vicini all’insegnante si mise a ridere: ci fu un silenzio pienissimo.

Un’attesa fatta immobilità, qualcosa di soffice eppure di cristallino che si gonfiò senza rimedio, prima di venir rotta da Alessandro: un bambino esile dai capelli rossi che stava appena dietro a Claudia, o almeno, ci sarebbe stato se Claudia avesse seguito le regole della classe. Alessandro si alzò, mise un broncio sul volto e si sedette sotto al banco. La Maestra lo guardò sbigottita, mentre Claudia sorrise: aveva già capito. Ci volle insomma nientemeno che una rivoluzione per far terminare quelle lacrime. Infatti, Alessandro, da sotto al suo banco disse una cosa molto semplice: disse che finché Claudia stava sotto la cattedra, lui si sarebbe messo sotto al banco. E così ogni volta che si fosse ripetuto quel preciso gesto. La maestra non fece neanche in tempo a sgridarlo o prenderlo per l’orecchio che già i banchi si stavano svuotando: anche Aurora, Arturo, Marco e perfino Sara si misero sotto ai loro banchi. In breve, nessuno era al suo posto, e si era come formata una comunità sotterranea: la società dei banchi rovesciati. Allora anche la maestra lascio il suo scranno.

Ora si chiama Anna.

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