La danza degli spettri

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Le giubbe degli spettri

1870

Era poco più che un ragazzo, poco più che un profeta. Un Paiute, di nome Tavibo. La prima volta che ebbe il sogno aveva le guance arrossate e le mani tremanti. Sorrideva con le lacrime agli occhi. Riempiva di colori le sue parole, di forme i suoi gesti.

Ed era così bello credergli: la terra si sarebbe arrotolata su se stessa come un tappeto, spazzando via gli ultimi tempi, gli ultimi anni. Il sangue e le sofferenze sarebbero stati cancellati, e così i visi pallidi. Le ultime ingiustizie sarebbero semplicemente scomparse.

Poi il tappeto si sarebbe nuovamente disteso: i nostri compagni indiani morti sarebbero tornati in vita e, con loro, i bisonti massacrati inutilmente. Saremmo rimasti sulla terra noi e loro, e avremmo ripreso a confrontarci, a vivere.

E non potevamo che crederci, dopo Little Bighorne e l’addio di Custer, massacratore di indiani. Ma poi vennero le sconfitte, e vennero le riserve.

Seguivamo le sue parole, ma non sapevamo ancora danzarle.

1890

Wowoka, il nostro nuovo profeta, un Lakota, riuscì a coniugare la danza del sole con il sogno, la profezia di Tavibo. Toro Basso e Orso Scalciante andarono a trovarlo, per vedere cosa stava succedendo. La sua danza stava diffondendosi ovunque, nelle riserve. Ancora, una speranza stava nascendo, e questa volta non annegava nell’alcol. Galleggiava nel sudore della danza. Una danza che sapeva durare per quattro giorni e quattro notti.

Ci prendevamo per mano, e pregavamo, danzando. E vedevamo i nostri morti tornare. I nostri bisonti correre nuovamente nelle praterie. Il Messia ridarci la nostra terra. La chiamammo Wanagi Wachipi. La chiamarono danza degli spettri, ghost dance.

In quella danza, in quel cerchio, sentivamo che non tutto era finito. Che le invisibili mura delle riserve stavano per essere abbattute, che l’uomo pallido non era più il nostro dio.

Vestivamo tuniche leggere: delle giubbe adornate di stelle, di soli e di bisonti, ma spesso ognuno ci aggiungeva qualcosa di particolare, qualcosa di suo, per renderle uniche e speciali. Danzavamo con le nostre giubbe e le consacrammo alla profezia. Con quelle eravamo immortali. Wowoka diceva che quelle giubbe erano anti proiettile.

Ci credettero anche i visi palidi, e reagirono. Si spaventarono, per quanto solo uno stupido si spaventa per una danza. Per un bisogno di rinascere, di ritrovare un senso antico perduto tra ordini ed abitudini moderne, estranee, straniere. Eppure fu proprio questo a spaventarli: in quella danza, che portava il nome dei morti, trovammo un nuovo motivo per vivere. Ed è più difficile sottomettere chi vive.

A Standing Rock Toro Seduto fu interrogato su quella danza, quel movimento. Spiegava cos’era: una speranza. Un’altra forma della danza del sole. Ma non gli credettero, tentarono di arrestarlo, e ci lasciò la pelle. Se solo l’avesse indossata…

Ci arrivarono le voci della sua morte, e Piede Grosso volle partire, intuì che i militari ci avrebbero braccati, limitato ancora di più le nostre riserve, o forse ci avrebbero ammazzato con la scusa di un arresto. Da Cheyenne River ci spostammo verso Pine Ridge. Piede Grosso voleva incontrarsi con Nuvola Rossa.

Faceva freddo e il fiume Porcupine era una lunga lama di ghiaccio. Uno di noi ricordò ad alta voce la profezia: in qualche luogo segreto del torrente dormiva lo spirito inquieto di Cavallo Pazzo. Era ancora inverno, ma con l’arrivo della primavera si sarebbe destato, guidando la rinascita dei nostri compagni. Sarebbero rinati come rinasce l’erba verde di primavera: emergendo da un velo di bianca sofferenza.

Lungo la strada fummo bloccati. Era il Settimo cavalleria, ma non avevamo paura, ci stavamo solo spostando all’interno delle riserve. L’inquietudine cominciò a salire quando il Maggiore Samuel Whitside ci volle radunare tutti quanti. Eravamo al centro di una collina, controllati dai soldati, che stavano intorno e sopra di noi.

C’erano dei cannoni, degli Hotchkiss, a guardarci, ma Whitside non era un uomo feroce. Fece trasportare Piede Grosso in una carozza medica, perché durante il percorso aveva preso la polmonite. Al mattino seguente, venne il Colonello James W. Forsyth, e le cose cambiarono.

Era il mattino del 19 dicembre 1890.

Li radunammo in quella collina. Non avevamo l’ordine di combattere. Solo di trasportarli a Pine Ridge, e capire quali fossero i loro sentimenti, dopo la morte di Toro Seduto. In quel periodo praticavano una strana danza. Ballavano ininterrottamente per giorni, ebbri del loro fumo e dei loro deliri. Quando finivano si riconoscevano a fatica, dopo tanto girare, e parlavano di tappeti, di ritorni, di bisonti.

Il Colonello li chiamò a sé, uomini, donne e bambini. Li osservò attentamente, prima di ordinare loro di posare ogni arma. Ci fu della tensione, ma molti di loro obbedirono prima di fare un fiato. Qualche lamentela, ma tutto procedeva a dovere. Poi qualcosa accadde.

Un indiano parlò di quella danza, di un fiume gelato e della primavera, e si tastò un lembo della giubba che indossava. Era semplice, di pelli e di cuoio. Adornata di stelle, soli e bisonti.

Urlò che erano salvi. Che non avremmo potuto fargli nulla, che erano protetti. Levò un braccio, ed il fucile al cielo, quasi lo stesse chiamando, e scoppiò l’inferno. Forsyth ordinò il fuoco, e gli Hotchkiss risposero. Quel giorno morirono 120 uomini e 230 tra donne e bambini.

Si poteva leggere la sorpresa sulle loro facce gelate, quando il giorno dopo li contammo.

Come se ad ucciderli fosse stata una speranza. Come se a sparare fosse stata una delusione.

Era d’inverno.

Era wounded knee.

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