Il gioco della guerra

Il gioco della guerra

Hybris convinse i suoi amici a giocare a questo nuovo gioco. Tranne Pietas. Non era per lui.

Per prima cosa, i bambini si radunarono in una piazza.

Ogni bambino aveva una torcia, ed era corazzato di tutto punto. Stivali di papà, un coperchio di pentola come scudo, un cucchiaio di legno e qualche coltello da cucina come arma. Qualcuno in testa aveva un elmo: uno scolapasta, o un casco del fratello più grande. C’era anche qualche cane, per rendere il gioco più divertente.

Che bello! Oggi si gioca alla guerra!

Hybris urlò sopra i suoi amici, in piedi, vigoroso e forte sopra un albero, sovrastava tutti gli altri. Era il più forte, senza dubbio. Era il loro capitano, senza dubbio. Spiegò loro la strategia militare. Si trattava di conquistare il forte nemico: superare il recinto del parco giochi, dove stava in difesa l’altra squadra. Loro dovevano attaccare.

La strategia di Hybris era semplice. Dividersi in due gruppi d’attacco. Il primo sarebbe andato allo scoperto contro i difensori, distraendoli, e seminando più paura possibile. Il secondo sarebbe passato per il boschetto che porta al parco, entrando da un foro della rete che una spia gli aveva illustrato. Entrati, avrebbero approfittato della confusione fornita dal primo gruppo, e avrebbero fatto un massacro.

Certo, il piano di Hybris era dispendioso, ma efficace. Il primo gruppo era concepito come un diversivo, e aveva più o meno la funzione del verme attaccato all’amo: un’esca, carne da macello. Il secondo avrebbe sfruttato il sacrificio, e non avrebbe fatto prigionieri.

Altrimenti dove sarebbe stato il gusto?  l’ebbrezza?  Si doveva finire. Questo era chiaro a tutti.

Il capo sapeva come infiammare i soldati. Gridò che il nemico non avrebbe avuto speranze, che la rete del parco giochi non era così dura. Che si sarebbero conquistati l’onore sul campo, e avrebbero portato a casa la vittoria in un baleno. Chi non fu convinto dalle parole, lo fu da quel buon vino che Hybris aveva preso dal padre. I bimbi si sentivano una persona sola. Alla prima ora della battaglia festeggiarono la vittoria dell’ultimo giorno. Per inebriarsi prima dello scontro, presero una ragazza per sfogarsi un po’.

Al tramonto, tutto era pronto. I bastoni levati, i sassi pronti, le lame scintillanti.

Il primo gruppo caricò contro la difesa appena fuori dal parco. I primi caddero per le pietre nemiche. La difesa li aspettava, e aveva mandato i cani a sbranarli. Poi caddero trafitti dai coltelli di mamma e dall’attizzatoio di papà. C’erano piccole teste rotte, dita che correvano. Gli occhi lacrimavano per i cuori che esplodevano. Solo pochi riuscirono ad entrare nel parco, con la sola forza della disperazione. La difesa, presa dall’ansia della vittoria, si scatenò contro quelli a terra. Il loro capo aveva ormai la vittoria in pugno, quando il giavellotto di Hybris lo trafisse alla gola, spezzandogli il collo ed esultanza all’unisono.

La difesa non s’era accorta del secondo gruppo, troppo presa nello scontro frontale.

Mentre i suoi bambini tranciavano arti e insanguinavano il parco. Hybris, il più forte, sfidò il campione della difesa, davanti ai suoi uomini. L’altro sapeva che avrebbe perso, che gli toccava morire, ma non aveva scelta. Erano le regole del gioco. Fece in tempo ad estrarre l’arma, che il martello di Hybris gli spaccò il cranio. Breve fu la sua gioia, che un nemico alle spalle gli tranciò un ginocchio, buttandolo a terra. Hibrys implorò il suo avversario. Pregò che gli salvasse la vita, piangendo; ma Pietas non fece parte di quel gioco. Non era per lui.

Gli adulti trovarono all’indomani i resti dei propri figli nel parco. Solo dall’esterno, si può capire quanto poco la guerra sia un gioco.

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