Dizionario filosofico di un deficiente: il lavoro

“I have long been of the opinion that if work were such a splendid thing the rich would have kept more of it for themselves”

Henry David Thoreau

“Spendiamo soldi che non abbiamo ancora guadagnato, per comprare cose di cui non abbiamo bisogno, per fare colpo su persone che non ci piacciono.”

Will Rogers


Definizione del “lavoro”.

“Me matan si no trabajo, y si trabajo me matan”,
Daniel Viglietti, cantautore uruguaiano.

Lavoro.

Il termine deriva etimologicamente da “laborare“, che significa all’incirca “vacillare sotto un peso gravoso”. Aggiungiamo anche “labor”: fatica.
Stesso significato troviamo nel tedesco “arbeit”. Che indica oltre alla “fatica”, il “compito”, il “turno” e il “travaglio“.
Travaglio che ci porta direttamente allo spagnolo “trabajo”, che denota il “lavoro” come la “corvé”, “l’occupazione”, la “sgobbata” e il “travaglio” appunto. Questa espressione (assieme al portoghese “trabalho” e al catalano “treball” – il quale ha un suo senso anche nel dialetto comasco:P) a sua volta deriva dal latino “tripalium”: una tortura medievale e forse anche romana alla quale venivano sottoposti gli schiavi. Consisteva nel legarli a tre pali, probabilmente due a croce ed uno posto in verticale, e dare fuoco alla struttura.
Nel linguaggio moderno i tedeschi precisano poi l’ambito dal quale il lavoro deriva. Meglio, distinguono chi lo compie e chi lo offre: “Arbeitgeber”denota il datore di lavoro (non più “padrone”, per carità…) laddove “Arbeitnehmer” indica il “prenditore del lavoro”. Insomma, colui che non solo si prende il salario, ma anche il lavoro: che scroccone!
Evidentemente la lingua deve adattarsi alla nuova retorica dominante.

«In fondo, (…) si sente oggi che il lavoro come tale costituisce, la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidità, del desiderio di indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità di energia nervosa, e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, sognare, al preoccuparsi, all’amare, all’odiare».
Friedrich Nietzsche, “Aurora” 1881.

Etimologie e dizionari a parte, è interessante notare come il termine “lavoro” si stia incredibilmente allargando, astraendosi da qualsiasi contesto concreto. Al mattino si dice “vado al lavoro”, non certo vado a rispondere alle telefonate di quelli che chiameranno al call center, o a tingere i nuovi filati di quella ditta di cui non ricordo il nome… Forse perché, in fondo, non è importante quel che faccio. E’ importante che sia occupato. Che scacci efficacemente l’ozio, la pigrizia, il tempo libero….
Tempo libero. Non è un’espressione stupenda? Non assomiglia tanto all’ora d’aria del carcerato? Libero da che? Non certo dal consumismo obbligato che rivela la seconda faccia del lavoro. La sua premessa e la sua conclusione. Del resto, se ci fate caso, il termine “lavoro” sta entrando anche in ambiti che con la sfera specifica del lavoro non hanno niente a che fare. Mi è capitato di sentire di gente che va da qualche analista per fare un “lavoro sui sogni”, o mi è capitato di “lavorare ad un racconto”, qualcuno va perfino in palestra sostenendo di “lavorare sul proprio benessere”.
Spesso anche quando si fa qualche attività d’interesse, ma non redditizia e non legata ad un salario concreto (dal fare un corso di teatro, al curare un blog, al gestire un sito personale o ludico… ) si parla di lavoro. Sembra che ci sia una sorta di tacita vergogna nel fare qualcosa che non cada sotto al “nobile” appellativo di “lavoro”. Prima o poi anche le passeggiate con gli amici diventeranno un lavoro nei confonti della propria salute: una sorta di antistress per ricaricare le pile per il lavoro “vero”. Ehy cara, oggi ti va? Perché ho proprio voglia di lavorarti per benino!

Dio mio…

Credo sia un movimento che vada ben oltre al fatto linguistico. Spesso rendiamo meccanici anche i vizi: basti pensare a a come il fumar sigarette spesso diventi un atto automatico per spezzare di tanto in tanto il lavoro, o un puro bisogno privo di piacere; o a quando per “risparmiare” il tempo, ci si abbuffa davanti alla TV. Del resto, si sa, il tempo è denaro. Per cui, semplice materia prima da scambiare con moneta sonante, il tempo non ha più l’ambizione di essere vissuto, ma quella assai più proficua di essere venduto.
Laddove il termine “lavoro” si sta del tutto astraendo da un’attività concreta ad esso connessa, per divenire una definizione universale ed onnicomprensiva, ormai spersonalizzata e resa insipida, il termine “uomo” ha quasi perso il suo fascino ed il suo valore.
Questa terra è così piena di ragioniere\i, operaie\i, insegnanti, poliziotti da rendere difficile trovare un uomo o una donna. Ci interessa solo il cosa e non il chi della persona. Quando si conosce qualcuno, appena dopo essersi dimenticati il suo nome, le si chiede : “Cosa fai nella vita?”. Forse abbiamo bisogno di collocare la nuova conoscenza in un determinato settore: abbiamo timore dell’impossibilità della sua definizione. O forse, abituati dai benpensanti, già disprezziamo chi non ha un’occupazione e, allo stesso modo, ci vergognamo di rivelare di non averne.
Avete in mente quella trasmissione serale di Fabrizio Frizzi? I soliti ignoti, sì. Come funziona? La concorrente di turno deve indovinare il mestiere, il lavoro di vari Miss e Mr X in base a come sono vestiti, dall’aspetto, e a volte da alcuni indizi piuttosto creativi. Questi ignoti diventano “noti” una volta che si riesce ad indovinare (spesso dai segni o dalle convenzioni che il lavoro lascia su di loro) che mestiere fanno. È un programma molto realistico, e molto noioso.

“Quanti figli hai avuto?”
“Undici”.
“E sono tutti vivi?”
“Tre sì, gli altri lavorano”.
Caja negra, un film di Luis Ortega, del 2002.

——-

Questo lavoro che consiste nel ripetere ogni 80 secondi lo stesso gesto, come riescono a farlo tutti gli altri? Takeda, a cui chiedo a cosa pensa mentre lavora, dopo un attimo di sorpresa risponde «Penso all’ora». Sono anche io così. È già passata un’ora, ancora due ore. Ancora quattro? Tre e mezzo? O sono solo tre? Ci sarà lo straordinario oggi? E una volta rientrato a casa, farò il bucato? Non ho la forza di pensare a cose più complicate di queste. O allora mi saltano alla mente cose senza rapporto logico: un paesaggio, un ponte, il caffè all’angolo della stazione, l’imbarcadero… Sfilano una dopo l’altra davanti ai miei occhi, impossibile pensare in modo continuato ad una cosa sola, impossibile, con un ciclo di 80 secondi. Se ne possono solo evocare passivamente piccoli pezzetti“.

Kamata Satoshi, Toyota, L’usine du désespoir, Editions ouvrières, 1976. In Chassagne, A, Montracher, G, La fin du travail, Stock, 1978.

Mi ricordo di un amico, si chiamava Franco. Lavorava in un’industria meccanica. Era in una catena di montaggio addetta alla costruzione di alcuni… piccoli ingranaggi meccanici, che servivano per collegare i mitra agli aerei. A dire il vero, Franco aveva saputo solo in pensione che quei pezzi meccanici tanto anonimi servivano per esigenza belliche. Probabilmente, se lo avesse saputo, si sarebbe licenziato prima…. se non altro, prima di andare in pensione.

Non m’importa se fosse una frase fatta o meno. Una bella bugia o una bella verità. Quello che qui mi importa, è dirvi perché non è andato in pensione. Non solo per una cosa che non sapeva, ma anche per una cosa che faceva. Il lavoro di Franco consisteva in sostanza nell’infilare un lungo cilindro di metallo in un foro, spingerlo dentro facendo girare una manovella alla sua destra, bloccarlo con una manovella alla sua sinistra, e tagliare spingendo un pedale in basso. Nella pratica doveva usare entrambi gli arti e il piede sinistro come facesse egli stesso parte della macchina sulla quale lavorava.

A volte mi ha fatto venire in mente quel famoso manifesto di protesta in forma di fumetto, che girava nella Francia degli anni 70: dove era rappresentato un operaio alle prese con un macchinario del genere. Si vede questo omuncolo in divisa blu che muove la mano destra su un arnese, la sinistra sull’altro, e la gamba va su e giù su di un pedale. Mentre è tutto sudato e smanetta come un matto con quasi tutto il corpo, il proprietario, gilè sul petto, bombetta in testa e braccia conserte lo guarda fisso, sospira pigramente, e gli chiede: ma non è che potresti fare qualcosa anche con l’altro piede? L’operaio annuisce e gli tira un calcio nel culo.

No, Franco non ha mai preso a calci in culo il suo padrone. Era un tipo pacato. Ma la sua piccola rivoluzione l’ha fatta anche lui: per circa un quarto d’ora, ma quando si sentiva più eversivo anche per venti minuti al giorno, lui non lavorava. Ma non è che incrociasse le braccia e smettesse, no. Era sempre lì con una mano su una leva, l’altra sulla seconda oppure sul tubo, e il piede sul pedale. Ma non faceva i pezzi che doveva fare e che dovevano servire all’industria bellica, seppure non lo sapeva. Che se lo avesse saputo, l’avrebbe lasciato il lavoro. No, lui smanettava sul suo arnese, tutto sudato e seguendo un ritmo… solo che non era più il ritmo della catena di montaggio. Solo che i pezzi che costruiva non erano quelli che avrebbe dovuto costruire. Erano… dei pezzi completamente inutili. Piccole opere artistiche o artigianali che, su quella specie di tornio dove lavorava, lui creava sottraendo quel tempo a quello del lavoro. Erano cavalucci deformi, portamatite, ciondoli, semplici cerchi… non erano certo capolavori, Franco non era un’artista. Non ne aveva il tempo e non era pagato per quello. Ma ogni pezzo era comunque un divertimento, ed era meravigliosamente diverso dall’altro. E, soprattutto, era immensamente diverso dai pezzi bellici. E proprio per quello ogni pezzo era, alla sua maniera, un capolavoro. Ed erano dei pezzi completamente inutili. Non servivano per la guerra. Non servivano al lavoro. Non servivano proprio a nulla.

Eppure, è proprio per quei pezzi che Franco non ha lasciato il lavoro prima della pensione: perché gli donavano una sorta di libertà, di creatività che nella catena di montaggio aveva completamente perso. Nell’inutilità del sudore, lui trovava la libertà della creazione.

La pensava così, il signor Franco. O il numero 322078. Sì perché dove lavorava lui, tutti i manovali avevano un numero di identificazione. Un ID. Il primo numero indicava il paese, perché la ditta di Franco, o del numero 322078 era una multinazionale. Il secondo e il terzo indicavano la ditta all’interno di quel paese, e gli ultimi tre il numero dell’operaio in quella ditta. Lui era il settantottesimo operaio della ventiduesima ditta del terzo paese in cui la compagnia aveva i propri affari. L’Italia. E tutti i pezzi che faceva, erano nominati nella stessa maniera: avevano come premessa il numero di Franco, il 322078, poi la data di costruzione ed il numero del pezzo all’interno del giorno.

Così i capi reparto potevano controllare se lavorava bene. Se faceva abbastanza pezzi. Perché ai tempi Franco lavorava a cottimo. Così faceva una discreta fatica per ritagliarsi quel tempo per la sua attività creativa ed eversiva. E a creare dei numeri che non venivano segnati da nessuna parte. Non sfuggivano solo dalla catena di montaggio, dall’utilità bellica, ma perfino dalla burocrazia matematica che controllava ogni singola azione della ditta dove Franco lavorava, e si ritagliava del tempo per evadere inconsciamente da quella pratica di controllo e, fosse anche per un quarto d’ora o venti minuti al giorno, sentirsi libero. E ci rimetteva anche dei soldi. Ma a lui piaceva così.

Fonti:

A. Tognola, Lavoro? No grazie! La Baronata, 2010

Manifesto contro il lavoro


http://en.wikipedia.org/wiki/Tripalium

 

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.